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di E.G.B. scrivetemi, rispondo
sempre: blog mantained by Zol
links Splinder Per la liberazione di Ingrid Betancourt e contro tutti i sequestri in Colombia.
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venerdì, settembre 26, 2003 Una figura comica? Tragica? Tragicomica?
Ramón organizza un'esercitazione. I ragazzi vanno su e giù, fanno finta di rastrellare un villaggio, di ispezionare l'accampamento che conoscono come le loro tasche. Quando il comandante li fa schierare coi fucili puntati, e ordina "Listos? Fuego!" la raffica parte disuguale. "Siamo una formazione di guerriglia urbana, non siamo un esercito"
si scusa "Non sono importanti le nostre capacità militari,
come per le FARC. Noi siamo soprattutto un gruppo politico." "Quelli? Sono un gruppetto di sbandati" commenta un ex comandante dell'M19 che li conosce bene "Ho cercato di discutere col loro comandante, ma è impossibile. Hanno un'ideologia politica abborracciata, senza nessuna vera elaborazione teorica alla base; un guazzabuglio del tutto incomprensibile. Le FARC li tollerano perché gli sono utili, ogni tanto li utilizzano per fare qualche lavoro sporco, un sequestro o un'esecuzione che non vogliono firmare. Sopravvivono, ma oramai sono al di fuori di qualsiasi logica di lotta politica." E intanto il Comandante Ramón, solitario in cima alla montagna con la sua brava mogliettina rotondetta e la sua corte di ragazzini affascinati dall'ideologia e dal potere delle armi, trascina la vita come un Peter Pan invecchiato, masticando vaghe idee di riscatto sociale, compiendo qualche sequestro, condannato ormai ad essere rivoluzionario per sempre, andando verso una vecchiaia senza alternative. Come un archivista del catasto che vede avvicinarsi la pensione. Come un vecchio bullo romagnolo condannato ad essere giovanile fino alla morte, a continuare a ballare il liscio e scoccare occhiate assassine alle signore, nonostante i rotoli che strabordano dalla cintura e i peli bianchi che spuntano, assieme alla catena d'oro, dalla camicia spalancata sul petto. Povero Comandante Ramón. Povero Peter Pan invecchiato. Povero Kurtz della mutua. Sarebbe una figura quasi comica, se gli occhi dei ragazzini che lo seguono adoranti non ricordassero che invece è tutta una storia di sangue, di sequestri, di uccisioni e di vite buttate. di zonker [Enzo G. Baldoni] | 08:33
| commenti (17) Cuoricino di tenebra.
Si accoccolano tutti intorno al Capo, e lo ascoltano con occhi rapiti mentre lui sproloquia: "Dicevamo, il popolo colombiano ha Perso la Speranza. E perché ha perso la speranza? Prima di tutto bisogna ricordare cosa diceva Engels, che la Libertà è conoscere le Necessità. Una società liberata è quella che ha risolto le Quattro Necessità Fondamentali. E quali sono le necessità fondamentali?" Conta sulle dita, fulminando con gli occhi i suoi
muchachos: E continua a lungo, mescolando Marx e Pol Pot, Fidel Castro e Adorno, la Terza Internazionale e il Riscaldamento Globale. Ogni tanto, negli occhi castani un po' fuori dalle orbite, fa capolino un lampo di follia. Angela dai Begli Occhi, persa nei sogni dei suoi sedici anni, lo
ascolta rapita. Quel guazzabuglio ideologico è il suo nettare.
Chissà se la sera, in tenda, ripete in coro coi suoi
compagni: Dove ho già visto questa specie di Curcio irrancidito, perso in sogni di rivoluzione assieme alla sua piccola compagnia di Peter Pan armati di Kalashnikov? Già: Conrad, Cuore di Tenebra. Ma questo qui è un Kurtz dei poveri, non ha la grandezza tragica ("L'orrore! L'orrore!") dell'Uomo dell'Alto Congo, né la maschera di Marlon Brando nell'Apocalypse di Coppola. Questo vive sul fianco della montagna tra le nebbie di ideologie confuse, circondato dai suoi cuccioli che lo ammirano e lo temono - e se uno dei cuccioli cercherà di disertare, i suoi compagni lo riacchiapperanno e lo fucileranno senza la minima esitazione. Sono crudeli, i ragazzini. giovedì, settembre 25, 2003 Una mogliettina cicciottella e paciosa.
Arriva Maria Teresa, la ragazza più grande, una paffutella con la faccia paciosa da brava casalinga. Ha i capelli lunghi molto curati, una maglietta nera con la faccia di Che Guevara, stivali di gomma e pantaloni da cavallerizza. Gli si siede al fianco, appoggia il mitra alla panca di bambù e lo prende sottobraccio, in un gesto che rivela un'intimità tranquilla, un po' ammiratrice e un po' protettiva. Una brava moglie, che ama il marito e sorveglia paziente che non dica troppe sciocchezze. Finita la lunga concione, Ramón mi invita a visitare il campo: tendine basse nascoste tra i banani e gli alberi della selva. I ragazzini col mitra ci seguono schiamazzando e ridendo, come una scolaresca. E' ovvio che fanno una vita noiosa, su queste montagne, e qualsiasi visita li eccita. Katiusha, la cagna dell'accampamento, un po' dogo argentino e un po' golden retriever, caracolla tutta eccitata, annusando da uno stivale all'altro, ma senza mai abbaiare. Chissà perché i cani della guerriglia non abbaiano mai? Gli taglieranno le corde vocali? Ramón tiene per mano teneramente Maria Teresa, ci mostra la loro alcova, una tendina bassa tra gli alberi, poi chiede: "Su, una foto insieme alla mia vecchietta. Ma prima copriamole il viso con un paliacate. Io ormai sono bruciato, la mia faccia la conoscono, ma lei deve fare la guerriglia urbana." Le aggiusta teneramente un fazzoletto nero, lei si controlla il trucco in uno specchietto di plastica azzurra e poi si mettono in posa sorridendo, come una coppia di villeggianti di mezz'età sul moscone a Cesenatico. di zonker [Enzo G. Baldoni] | 08:49
| commenti (2) mercoledì, settembre 24, 2003 La Schiavitù di Carattere Epistemologico.
Ramón è un guerrigliero di matrice marxista-leninista, nasce come tanti da quel crogiolo di ribellismo, ingiustizia sociale e voglia di risolvere le situazioni con la pistola alla mano che è sempre stata tipica della Colombia (*). Ha partecipato a un paio di imprese importanti, ha rapito il fratello di un presidente, è stato in carcere ed è stato liberato per intercessione di Fidel Castro, che ha fatto da tramite tra il suo gruppuscolo e il governo colombiano. E ora se ne sta acquattato con una quindicina di ragazzini sulfianco di una montagna, due case con le pareti di argilla cruda e piccole tende nascoste in un bananeto. Di fronte, il fianco del monte è completamente bruciato: per vedere da lontano chi arriva. Ci sediamo su una panchina di bambù e il Comandante Ramon comincia a concionare: "Qual è la differenza tra noi e le FARC? Che loro sono un esercito, noi un movimento politico-militare. Siamo una Necessità Storica! E perché una necessità storica? Perché il popolo colombiano ormai Ha Perso la Speranza! E perché ha perso la speranza? Prima di tutto ripassiamo le nostre basi ideologiche. Pablo! Chiama i muchachos, che sentano tutti, è fondamentale!" Arrivano, l'uno dopo l'altro, i muchachos: una quindicina di
ragazzi e ragazze tra i tredici e i vent'anni. Un gruppuscolo
scaciato, uniformi abborracciate e approssimative, jeans e magliette
sotto le buffettiere sdrucite piene di bombe a mano, poche mimetiche
complete, berrettini di vari colori (uno col marchio Nike). I
coltelli sono arrugginiti e male affilati, le armi varie:
Kalashnikov, qualche Galil, un fucile a pompa, una doppietta col
calcio segato, un Uzi e perfino un vecchio FAL di fabbricazione
europea. I mitragliatori sono sporchi e impolverati, i calci
incrostati di fango. E sarebbero guerriglieri, questi? sabato, settembre 20, 2003 Approssimativo anche il caffè. Anche il campo è approssimativo, disordinato, mal tenuto: ben diverso dai campi delle FARC, così rigorosi e disciplinati. Qui c'è in giro un'aria rilassata, approssimativa, casuale, un po' zingaresca. Il comandante ci accoglie con calore perfino eccessivo: "Benvenuti, benvenuti! Prego, sedetevi. Muchachos! Caffè!". Due guerrigliere portano una pentola annerita. E' approssimativo anche il caffè: tiepido, acquoso, sa di fumo. Evidentemente è vecchio, riscaldato frettolosamente sul fuoco. Niente a che fare col caffè nero, ricco e bollente che mi ha offerto ieri un comandante FARC. Si sa: il diavolo è nei particolari. Dal villaggio arrivano due ragazzini, arrancando con fatica su per il sentiero scosceso che porta all'accampamento. Sono carichi come muli: un sacco di riso e un sacco di patate. La loro cena. La ragazzina, Angela, ha sedici anni e un paio d'occhi bellissimi.
Il Comandante Ramòn.
Ci saluta con simpatia e ci fa strada: lasciamo Tullio a guardia dell'auto e, a piedi, prendiamo un sentiero scosceso, che si fa più stretto man mano che si sale. La terra è giallo ocra come nelle colline senesi. Ci addentriamo nel fianco della collina. La guardia indigena cammina svelta nell'aria rarefatta dei duemilatrecento metri. Io comincio ad ansimare, ma non posso fare la figura di quello che non ce la fa. Il sentiero si fa più duro, sale ripido. Puff, puff. Quando penso che non ce la faccio più, misericordioso, appare un cancelletto di legno basso. A guardia un tizio in jeans e fucile a pompa. E' l'ìngresso dell'accampamento. Facciamo ancora venti metri in discesa, tra gli alberi: ci viene incontro, cordiale, un signore brizzolato in maglietta nera e pantaloni mimetici, cinturone, pistola alla cintura, cappellino mimetico floscio. Somiglia vagamente a Sean Connery. E' il comandante Ramòn. "Bienvenidos, Bienvenidos!" ci stringe le mani. Il vecchio Don Julio, dignitoso, gli stringe la mano con solennità. Gli altri sono guardinghi. Questi signori sono pur sempre quelli che, fino a un paio di anni fa, ammazzavano i Paez per il controllo del territorio. venerdì, settembre 19, 2003 Un invito che non si può rifiutare. (Da dove ricominciare? Ho tante cose da raccontarvi. Invece di seguire l'ordine cronologico andrò in ordine sparso. Vi avevo lasciato a metà dopo il mio patetico tentativo di sequestro. Ricordate che avevo inviato un biglietto al Comandante Ramòn? Ecco cosa successe il mattino dopo).
La mattina dopo arriva da me, preoccupato, Archimedes, l'alcalde di Torivio: "Enzo, stamattina due gerriglieri sono andati da Padre Peter, ti cercavano. Hanno detto che dovevi essere a Tacueyó alle dieci, se no ti venivano a prendere loro qui a Torivio." Mmm... preoccupante. Che il comandante Ramòn ci abbia ripensato? Questi qua hanno il potere delle armi, sono insidiosi, abituati a tendere trappole e a tradire la parola data. Quando la mia amica cara, Marzia, andò sulle montagne dell'Arauca a pagare alle FARC il riscatto pattuito per liberare il padre, si sentì rispondere che le cose erano cambiate, i soldi non bastavano più e che ne doveva pagare altrettanti. Teniamo un breve consiglio con Manuel, (che è un ex comandante dell'M19, il movimento guerrigliero e idealista che è rientrato nella legalità durante gli Anni '90) Ezechiel (il leader del movimento indigeno) e Nelson, responsabile politico del Cabildo. L'orientamento è quello di non andare, di inventarsi una malattia dipomatica. Ma in fondo, mi dico, ho scritto al comandante Antonio un bigliettino gentile. Vorrà farsi intervistare, i guerriglieri sono sempre alla ricerca di legittimazione pubblica. E poi sono terribilmente narcisisti. "Facciamo così" propongo " Unn'ho mai visto 'n'omo in boca a 'n'antr'omo, come dice un mio amico pisano. Io vado. Mi porto Don Julio, Nexedan e altre due guardie indigene e lo vado a trovare. Che sarà mai..." Li convinco, accettano. Partiamo sulla jeep di Tullio, una vecchia
Toyota scassata con i copertoni lisci lisci: a ogni curva le ruote
sbandano sulla strada di breccia, ma miracolosamente Tullio riesce a
mantenerla sempre in carreggiata. Questi colombiani guidano come
pazzi. La strada è proprio una stradaccia, saltiamo
paurosamente, ci copriamo di pollvere. II rumore è così
forte che per sentirci dobbiamo urlare.
di zonker [Enzo G. Baldoni] | 09:05
| commenti (1) giovedì, settembre 11, 2003 Agua aromatica. La notte ordino un'agua aromatica. Me la porta Gabriel, il mesero di notte, buon amico. Gli do' anche mille pesos di mancia, li mortacci sua. Cado in un bel sonno ristoratore. La mattina mi sveglio alle otto perfettamente riposato e pieno di energie. Ho la bocca secca: non ho acqua, mi bevo due tazze di agua aromatica. Mi riaddormento. Mi ricordo vagamente che mi sveglia il telefono verso mezzogiorno, mi scuoto da un sonno pesante, insolito per me. Con le palpebre di piombo e la bocca impastata rispondo a un'amica (lei poi mi dice: "Sembravi strano, ma che avevi fatto la notte?") e poi ripiombo in un sonno strano, pesante, fino alle due. Cerco il quaderno blu rivestito di tela jeans su cui annoto tutto, indirizzi, interviste e incontri. Non lo trovo. Bah, l'avro' lasciato al ristorante. Non c'e'. Lo cerco al bar, alla receprion, poi ispeziono la camera centimetro per centimetro. Non c'e'. Esco, vado alla libreria e al supermercato, gli unici due posti in cui potrei averlo lasciato ieri. Niente. Per tutto il giorno ho un fastidioso mal di testa - cosa assolutamente inconsueta, per me. Ricostruisco, e concludo che il taccuino era in camera mia al momento di addormentarmi, perche' avevo tolto la fattura di un ristorante; che infatti è nella busta delle ricevute. Evidentemente e' sparito durante la notte. E non hanno preso nient'altro: i soldi sono nel portafogli, le carte di credito sul tavolino. Per fortuna avevo preso l'abitudine di chiudere ogni notte la macchina fotografica e il computer in cassaforte. La sera a cena Gabriel, il mesero, ha un'aria strana, come di rammarico. Il personale del'albergo ha cambiato atteggiamento. Da ospite gradito che ero, cominciano a trattarmi come un problema. Il giorno dopo telefono alla Signora, le chiedo se la posso vedere subito. Mi invita a pranzo con un suo amico, Ramon, ex comandante dell'M19, la formazione guerrigliera che si è sciolta ed è tornata alla vita civile. Li raggiungo in un ristorante costeño: mangiamo róbalo fritto e beviamo agua de panela con limon. Poi stacchiamo le batterie dei cellulari e racconto quello che mi è successo. Ramon ride: Chi mi tranquillizza del tutto è il Cura: gli telefono che
debbo vederlo, lui mi carica in macchina e mi porta in un centro
commerciale. Ci sediamo al Caffè Oma, ordiniamo un
tinto (caffè nero) stacchiamo le batterie dei cellulari
e gli racconto la soria dell'agua aromatica. Lui ci pensa un
po', poi mi fa: Così faccio come Andreotti durante la guerra: mi rifugio in convento.
(*) Burundanga - una specialità tipicamente colombiana, usata generalmente dalla malavita a scopo di rapina o di violenza sessuale, e somministrata ai malcapitati mediante bevande o sigarette: il principio ativo è la scopolamina, ricavata dal succo della datura candida. (**) Raul Reyes, Joaquin Gomez, Simon Trinidad - tre dei massimi comandanti delle FARC. Reyes è il "Ministro degli Esteri" delle FARC e fa parte del Secretariado, il più alto livello di comando: sette persone in tutto tra cui, primus inter pares, siede Tirofijo. di zonker [Enzo G. Baldoni] | 11:05
| commenti (3) mercoledì, settembre 10, 2003 La mia ex casa a Bogotà. Dunque: da dove cominciare? Affrontiamo il toro per le corna. Ci sono diverse cose che non potevo scrivervi dalla Colombia, ma che adesso vi posso raccontare. Se penserete che io sia paranoico non potrò nemmeno darvi torto, ma due miei complici, Vadim Odinzov e Franco Gialdinelli, le hanno vissute praticamente in diretta, e potranno darvi qualche conferma. L'Hotel la Opera, la mia (ex) casa a Bogotà, è di fronte al Ministero del Commercio Estero, a due quadras dal Parlamento, tre dal Palazzo di Giustizia e tre da Palacio de Nariño, dove sta il Presidente. Particolari su cui non mi ero mai soffermato più di tanto. C'erano stati, sì, squilli misteriosi e telefonate strane, ma questa è ordinaria amministrazione. Durante il primo viaggio mi aveva chiamato una colombiana che parlava un ottimo italiano: diceva di essere amica di una mia (inesistente) amica italiana, e che voleva incontrarmi, perché "lavorava alla Carcel Modelo e poteva essermi utile", ma non ci avevo dato troppo peso. Anche quest'anno una telefonata simile, solo che stavolta la ragazza lavorava per il Governo, ed era amica di tale Carla Pisapia di Gallarate (che non conosco), che avevo incontrato alla Malpensa (falso), ma avevo pensato: vabbe', vogliono farmi sapere che sanno come mi chiamo e che sto alla Opera. Sai chi se ne frega. E' ovvio che sorveglino quest'albergo, vista la posizione. Ma l'errore è stato probabilmente invitare alla Opera Juan Carlos Lecompte, il marito di Ingrid Betancourt, appena arrivato dalla sua disavventura brasiliana con l'Hercules francese e tutto il resto. Lecompte è certamente controllato e intercettato. Forse qualcuno della sua coda mi ha messo gli occhi addosso e deve essersi chiesto: "Ma questo qui che cerca? Che vuole?" Il secondo errore è stato invitare a cena alla Opera (ma cenare nel Mirador, guardando la Basilica di Monserrate alta sulle Ande e i tetti della Candelaria illuminati, è un'esperienza fantastica) due persone fondamentali in questo viaggio: la Signora e Il Cura. La Signora è la Signora minuta ed elegante che già conoscete. Il Cura è un sacerdote di grande esperienza internazionale, sociologo ad Harvard, anni di vita tra i nomadi del deserto somalo e tra i guerriglieri del Caguan, amico personale di Manuel Marulanda, detto Tirofijo, capo storico delle FARC, il guerrigliero in attività più vecchio del mondo. Di solito quando dobbiamo parlare di qualcosa spegniamo i cellulari e stacchiamo le batterie: altrimenti il cellulare, anche spento, diventa un fantastico microfono ambiente. Ma quella sera non lo facciamo. Io racconto di Lecompte, dico che mi ha affidato un certo compito e soprattutto, visto che Marulanda pare abbia un cancro, dico: "Voglio intervistare Marulanda prima che muoia, fosse l'ultima cosa che faccio in vita mia." (continua) lunedì, settembre 08, 2003 Sequestrino. Beh, ero quasi offeso. Due viaggi in Colombia, quasi tre mesi in totale nelle città e nelle selve di uno dei Paesi più pericolosi del mondo e mai una rapina, un attacco alla diligenza, un tentativo di rapimento. Appena due tentativi di borseggio andati a vuoto. Che palle. Finalmente sono stato accontentato. (E va bene, lo confesso: non sono al mare, quella era una storiella che mi serviva per depistare certa gente che mi stava un po' troppo col fiato sul collo. Ho creato una piccola diversione con la complicità di Gialdinelli e di Vadim, e intanto passavo di qua, nel territorio controllato dalla guerriglia.) Ero davanti alla chiesa di Tacueyó, un posto sperduto a 2000 metri tra le montagne del Cauca, territorio degli indigeni Paez. Qui il governo colombiano è del tutto assente: la polizia l'hanno cacciata l'anno scorso le FARC in una notte terribile di Kalashnikov e di pipas, rudimentali lanciarazzi che tirano bombole del gas riempite di dinamite e pezzi di ferro. Ogni tanto passa un elicottero dell'esercito, ma vola alto: qui comanda la guerriglia, e le rovine della caserma sono lì a dimostrarlo.
Sto chiacchierando con Peter, il parroco ugandese nero come il peccato, quando arrivano due guerriglieri col loro bravo Kalashnikov e mi chiedono chi sono e che ci faccio lì. Io glielo spiego, ma loro dicono che debbono scortarmi al campo, per accertamenti. Niente paura, prenderà un caffè col Comandante Ramòn e tornerà giù subito, dicono. Beh, perché no, penso io. Andiamo a prendere un caffè col Comandante Ramòn. Ma Peter si è fatto teso. Lui lo sa chi sono questi: non
sono le FARC, formazione che ha comunque una visione politica e una
sua prudenza tattica. Peter sorride ai due guerriglieri: Il più giovane dei due ha quindici anni, è nervoso, l'altro non ne avrà più di venti, si vede che tutto è molto improvvisato. Ma quando uno c'ha in mano un mitra non c'è molto da fare. Padre Peter si alza e dice: "Bene, se proprio dobbiamo andare andiamo, ma vengo anch'io" "No padre, lei sta qui." "Cari ragazzi, non posso. Questo signore è mio ospite, io sono responsabile della sua sicurezza. Massima fiducia in voi e nel Comandante Ramòn, ma non posso lasciare solo un ospite, vi pare? Andiamo." "Tranquillo, Peter, vado e torno" gli dico io, che ancora non ho capito un cazzo. Mi lancia un'occhiataccia come a dire "Meno parli e meglio è, fesso." Parlamentiamo ancora un po' e i due guerriglieri accettano che anche il Padre venga con noi. Lui perde tempo, dice che deve andarsi a cambiare. Tutti gli sguardi del paese, occhi indios, a mandorla nei bei visi scuri sotto i capelli nerissimi, sono su di noi. Alla fine andiamo: il guerriglierino quindicenne davanti, col fucile più grande di lui, poi io e il padre che chiacchieriamo del più e del meno (lui si volta a salutare tutti i parrocchiani, con un sorriso a sessantadue denti bianchissimi nella faccia nera nera: "Hola Maria, como le pasa? Hola Ermenegildo! La pierna le duele?") e dietro il ventenne, che ha l'aria di un tenentino.
La gente ci guarda muta. Attraversiamo il paese e arriviamo all'ultima casa, al limitare dei pascoli. Lì ci aspetta un gruppo di indigeni. Li riconosco dalle chontas, i bastoni ornati con nastri colorati: sono la Guardia Indigena, un gruppo disarmato ma molto ben addestrato che mantiene l'ordine qui e che si disputa con le FARC il controllo del territorio. A capo c'è don Julio, l'Alcalde Mayor della Guardia, un vecchio dall'aria saggia, la pancia rotonda e un bel paio di baffetti ironici. I guerriglieri esitano, si fermano. "Buenos dias, hermanos" li saluta Don Julio "todo bien?" Inizia un dialogo pacato, gentile ma molto fermo. Il succo è: "Ragazzi, noi non abbiamo nulla contro la vostra lotta e rispettiamo le vostre idee, ma per favore voi rispettate le nostre. Questa è terra Paez da 500 anni, e l'abbiamo sempre difesa. Voi siete i benvenuti, ma vi rendete conto che non potete trattare così gli ospiti che sono sotto la nostra protezione. Perché lo fate? Spiegateci. Dialoghiamo, parliamo. Costruiamo una comprensione." A volte è più facile affrontare le pallottole che le parole. I ragazzi farfugliano, cercano di fare i duri, spianano i mitra, ma non possono nulla contro la forza tranquilla della gente. E il silenzio della folla fa paura. Sento la pressione psicologica degli indigeni come se fosse un muro. I ragazzi riescono solo a ripetere, come una litania: "Ordini, noi abbiamo degli ordini. Dobbiamo portare lo straniero al nostro campo." A un certo punto don Julio suggerisce: Il ventenne, che si chiama Juan, alla fine cede:
Bernardo è un ragazzino dai capelli a spazzola. Sopra il Kalashnikov più grande di lui, il viso ha ancora la dolcezza dell'infanzia. È indio, è di queste parti, e sente forte l'autorità del Cabildo. Ci sediamo ad aspettare. Il tempo passa lento. A un certo punto
gli dico: Ha sete, è sudato, è nervoso, è confuso. Torno con due Gatorade e ci sediamo sull'erba, fianco a fianco, all'ombra, mentre la folla ci osserva in silenzio e Padre Peter chiacchiera con Don Julio come se fosse la domenica dopo la messa. Esamino Bernardo, guardo la sua mimetica e le bombe a mano nelle
buffettiere sdrucite, il suo AK 47 di terza mano, probabile residuato
bellico dell'Angola fornito dai cubani. Ricorro al vecchio trucco
d'apertura che ha funzionato coi guerriglieri di tutto il mondo, dal
Chiapas a Timor Est. Già. A dodici, tredici anni già li prendono, li addestrano, gli fanno il culo, e se qualcuno si stufa e scappa dalla mamma lo riacciuffano e lo fucilano sul posto. Quante ne ho sentite, di storie come queste, dagli indigeni di qui. Un ragazzino scappa di casa per una marachella o perché ha litigato col padre, va nella guerriglia e a quattordici anni è già sotto un metro di terra. Bernardo beve a piccoli sorsi la sua Gatorade, lo sguardo perso chissà dove. Che tenero. Vorrei coccolarmelo, vorrei abbracciarlo, questo bambolotto indio e paffuto con la sua zazzera da marine, bardato di buffettiere di cuoio nero con i caricatori del mitra, con le bombe a mano, col coltellaccio mal tenuto e il Kalashnikov col calcio di plastica. Vorrei portarlo a spasso, leggergli Dante o Garcia Marquez, insegnargli a usare il computer. Fanculo, la guerra. Passa un'ora, passano due ore (ma quanto volevano farmi camminare,
'sti cazzi di guerriglieri?) e finalmente ritorna José:
La Guardia Indigena sorride. È un'altra vittoria della linea della fermezza con cui gli indigeni del Cauca riescono a mantenere il controllo del territorio nonostante la strategia della guerriglia sia, ovviamente, proprio quella del controllo del territorio. È la storia di una lotta interessante, straordinaria, basata sulla dignità e la fierezza, coordinata dai saggi e dagli sciamani; una storia che un giorno o l'altro meriterà di essere raccontata.
Don Julio dà una pacca sulla spalla al ragazzo, io gli stringo la mano, e poi finisco anche per abbracciare i due guerriglierini, sudati e polverosi.
Poi mi viene un'idea. Strappo un foglio dal mio taccuino e scrivo: "Al Comandante Ramòn Torivio, settembre 2003 Estimado Comandante Ramòn: grazie per aver risolto con umanità e buonsenso il nostro piccolo problema, nel rispetto del Diritto Umanitario Internazionale. Sono un giornalista italiano, sto facendo un servizio sui movimenti guerriglieri e, dopo le FARC e l'ELN, mi piacerebbe intervistare anche lei. Che ne direbbe di offrimi domani quel caffè che non ho potuto accettare oggi? Cordialmente E.B."
Lo dò ai due ragazzi che, carichi sotto il peso dei loro mitragliatori, si avviano nella calura su per un sentiero da capre, chissà dove, in cima alla montagna. E poi assisto a un memorabile cazziatone che Nelson, il responsabile politico del Cabildo, dà a Luis Alberto, il giovane che era stato incaricato di proteggermi: "Disgraziato, ma ti rendi conto? Se ce lo rapivano, se magari lo ammazzavano, lo sai che danno sarebbe stato per noi e per tutta la lotta di liberazione dei popoli indigeni? Vergognati!" L'indio sta mogio mogio a ricevere la gragnuola di insulti. A me sembra anche un po' esagerato, non è che ho corso poi questo gran rischio. O forse, come dice Jacopo Fo, la mia salvezza è che non capisco bene cosa mi succede intorno, e passo attraverso la vita come un sonnambulo sul cornicione, senza farmi male. Chi lo sa. Intanto, da oggi, Nelson mi ha raddoppiato la scorta e mi ha affidato a Nexedan, il coordinatore della Guardia Indigena, un ragazzo sveglio e intelligente, che, assieme a Victor, mi segue passo passo, col walkie-talkie e la chonta di legno di palma ornata di nastri.
di zonker [Enzo G. Baldoni] | 15:32
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